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Lingua Clara | Piantare in asso

Giungiamo infine al termine della stagione espositiva e culturale di ATB. Anche Lingua Clara si ferma per le vacanze estive, ma non temete: riprenderemo le attività tutte a settembre e Lingua Clara, certamente, non vi pianterà in asso!

Arianna ha la testa poggiata sulla sabbia e i suoi capelli, ricci aggrovigliati dal vento, sono sparsi attorno in ciocche lunghe, intrecciate, decorate con perle e anelli d’oro. Respira l’aria salmastra e il vento fresco del mattino la sveglia. Ha i brividi. Confusa, ancora addormentata, si alza. È sul litorale di un’isola. Un’alba grigia sta sorgendo. Solo un paio di dita rosate tingono il cielo, protese alle ultime stelle. Arianna ha vesti leggere in lino pregiato d’Egitto, una cinta di bronzo, un mantello corto di tiepida lana intrecciato dalle abili mani di una tessitrice persiana. Ai piedi nulla, nemmeno i sandali da viaggio. Calca i talloni nella sabbia fredda, si guarda intorno. La spiaggia è larga poche decine di metri, poi si intravede una macchia scura e fitta di arbusti e piante grasse. Ancora oltre si stagliano dei platani. La riva si allunga ad ovest, un braccio sul mare che si erge a promontorio e cola a picco. Lì l’acqua è agitata e scura, ribolle violacea nei raggi rossastri del mattino. Ad est, la costa si stende piatta sul mare interrotta solo da un piccolo rivo che sfocia. Arianna non capisce, crede di essere in un sogno: non si trova sulla bella Creta che conosce bene. Le colline distanti, coperte di ulivi e viti, hanno un profilo che non ha mai visto prima. Il promontorio, scosceso, si innalza con scarti aspri e, a una buona distanza dal mare, ci sono alberi che paiono querce. Si tratta di un paesaggio che potrebbe appartenere a Creta, ma qualcosa le dice che non è lì che si trova. Il cielo ora si tinge lentamente di un colore tra l’arancio e il rosato. Il mare è calmo. Laggiù, vicino all’orizzonte, un tratto di nero. Uno scoglio, no, una vela. D’un tratto Arianna salta in piedi. Ricorda. Non si trova a Creta, ma lontano in una terra che non conosce. Una nave greca l’ha condotta lì guidata dal futuro re di Atene, Teseo. Una tempesta ha distrutto la vela così hanno dovuto sostituirla con una di riserva, luttuosa. Arianna ancora non si raccapezza e pensa di trovarsi in un incubo. Perché è sulla spiaggia e non a bordo? Forse un malinteso? Presto si accorgeranno che manco, si ripete: verranno a prendermi. La vela è gonfia, la nave in movimento, ma come tutti gli oggetti distanti e in mare non se ne coglie la rotta. Pare quasi tornare indietro!

Arianna si sbraccia, spera. La guarda tentennare, farsi più grande, avvicinarsi. Si ricrede, sa che si sta illudendo. La barca è ormai un punto o, probabilmente, neanche più quello. Forse la sua mente si rifiuta di accettare che non tornerà, che è già oltre la curva della terra e lei è stata dimenticata. Piange! Come puoi essere dimenticata da chi ti ha giurato amore eterno? Teseo le aveva promesso di farle calcare il suolo di Atene come regina, di regnare con lui sui dolci pendii e sule grandi città dell’Attica. Lei aveva fatto tutto per lui. Da quando lo aveva visto, sporco, sfinito, spaventato tra i prigionieri diretti al labirinto e aveva giurato di aiutarlo, aveva pregato gli dèi che si salvasse e mettesse fine all’orrore del mostro, aveva tradito la propria famiglia e abbandonato il palazzo e le terre in cui era cresciuta. Non aveva esitato a infrangere ogni regola umana e divina per lui. Ed ora era sola, abbandonata su un’isola sconosciuta. Senza una parola. Non le avevano lasciato, per pietà, nemmeno le scarpe. Inizia a gridare. Le sue urla disperate lacerano il silenzio del mattino. Alcuni gabbiani si levano in volo. Lei lo maledice, chiama a sé la giustizia divina, invoca una giusta punizione per il giuramento violato. Presto, nuvole s’addensano nel cielo. Una tempesta insegue Teseo. Sono gli dèi. Lei è fuori di sé, si dirige verso il promontorio, per vedere più lontano, per scorgere la nave, desiderosa di coglierla immersa dai flutti, con la chiglia spezzata e l’albero inerte. La sabbia diventa roccia e i suoi piedi si tagliano. Scivola, si graffia, perde il mantello strappato dal vento che si è alzato. Grida ancora. I capelli le vorticano attorno, umidi come alghe. Il mare si frange sulla scogliera, rende la sua salita pericolosa e difficile. Ma la ragazza non si cura più della propria vita. Furiosa, come una baccante brama il sangue e il cuore in petto le brucia più forte di qualsiasi ferita bagnata dal sale. Oltre l’ultimo scoglio il vento si placa all’improvviso e il sole riprende a scaldarle la pelle. Un profumo diverso la colpisce. Il vento porta una musica antica e selvaggia. Sotto i piedi timidi steli d’erba si allungano. Il suolo è soffice, irreale. Si trova tra il vuoto e un corridoio di alberi. All’orizzonte non si vede che un puntino nero, battuto dai venti. Tra gli alberi si muovono ombre danzanti. Grida gioiose, canti, schiamazzi. Risate. Arriva una comitiva composta da bellissime ragazze vestite di fiori d’una grazia scomposta e sregolata; lo sguardo selvatico sotto le ciglia brune. Lento si avvicina un asino, placido, ondeggiante. Il pelo appare morbido, le orecchie sono dritte, il collo rilassato. Il muso tenero e vellutato si arriccia annusando l’aria di mare. Sopra l’asinello un uomo anziano, calvo e peloso, o forse non un uomo ma un satiro o una creatura simile si fa trasportare, ubriaco e sorridente. La brocca, che tiene con la destra, versa più vino di quanto possa contenerne. In fondo, dei passi leggeri. Un bellissimo dio con una corona di vite si avvicina. È Bacco! Innamorato di lei da tempo la cerca. L’ha trovata, finalmente, piantata in Nasso.


luglio 2022

Chiara Commisso




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