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Kalokagathia X Lingua Clara

Usu latinae linguae verba nova et insolita explicare.



Ovvero spiegare cose nuove con parole vecchissime…



Lingua Clara si inserisce nella cornice di ATB Associazione Culturale con la volontà di mostrare le potenzialità di una lingua, considerata ormai obsoleta, ma che si dimostra invece contemporanea e viva. Non si propone di usare il latino che avrebbe utilizzato Cicerone, ma sfrutta, piuttosto, la struttura e i termini, anche quelli insoliti, del latino con l’obiettivo di intessere un gioco tra chi scrive e chi legge: quello di capirsi attraverso parole lontane, evocative, insolite, che nella loro verità eterna palesano un significato immediatamente chiaro. Non serve conoscere il latino per capire il significato di questo latinorum!



Kalokagathia: Mens sana in corpore sano!



Curiosità


Kalokagathia è un termine composto del greco antico, dalla crasi, si intende la ‘fusione’, di καλὸς καὶ ἀγαθός, un’espressione che mette insieme due qualità fondamentali per l’uomo nella Grecia antica: ovvero essere kalòs, bello, e agathòs, virtuoso. Nonostante descriva bene l’eroe omerico, il coraggioso Acheo chiomato, il Brad Pitt o Sean Bean che Troy ci ha insegnato a immaginare, questo vocabolo è attestato molto più tardi rispetto all’origine dei poemi, soprattutto a partire dal V secolo a.C. da parte dei Sofisti, per indicare le caratteristiche che un cittadino dovrebbe avere. Infatti, per un membro della polis, fondamentale è poterla difendere attivamente, avendo completato una formazione militare e atletica e avendo modellato non solo il proprio corpo, forgiandolo per la lotta, ma anche il proprio carattere e la propria disposizione d’animo, controllando le proprie passioni per agire nel bene comune. La temperanza è importante nel mondo classico, nel clima bellicoso di una civiltà in cui la guerra è endemica e ricorrente e gli dèi sono volubili e passionali, poiché l’uomo deve farsi portatore di una calma stoica di fronte alle incertezze della vita.

La bellezza nell’antichità è dunque regolare, prevedibile, raffigurata con corpi armonici, volti impassibili e senza tempo: gli scultori iniziano a rappresentare le forme in maniera codificata, secondo un canone definito. La diversità non è portatrice di bellezza, non c’è inclusione e per molti secoli ci si affida, nella rappresentazione della figura umana, ai modelli antichi come il canone di Policleto e la proporzione aurea.

Poi, nell’epoca moderna e nel Novecento, ecco la svolta: il riconoscimento del valore artistico di un corpo comune, di un corpo qualsiasi, con artisti che mettono da parte la regola e si dedicano alla forma e al significato che essa trasmette, così che il corpo umano diventa movimento ed energia.


Potremmo vederci un po’ di body positivity e raccontarci la favola del genere umano che evolve, che diventa più profondo, che si dedica all’essenza delle cose, e forse amiamo dire che il gender è ormai un ricordo, che ogni uomo è e vuole essere fluido, senza dover corrispondere agli ideali romani di virilità; mentre invece le pubblicità ci ricordano che non è così, che questa è la rappresentanza di una piccola nicchia di artisti diversa dal tipo di comunicazione che i mass-media propongono con successo, scavalcando tutte le voci di chi chiede inclusione e rappresentazione, con esempi di machismo omologati e -sì- appaganti. In questo modo, ci convincono facilmente che se vogliamo essere belli come il modello in tv, dobbiamo usare lo stesso rasoio, indossare quella camicia di tendenza, tagliarci i capelli così. Anche in Grecia era poi la stessa cosa, se ci si pensa: volevamo essere virtuosi come un kuros? Allora dovevamo essere anche belli come lui.



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