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Apocalypsis come processo

La fine come condizione percettiva del presente

In Apocalypsis la fine non coincide con un evento eccezionale, né con un momento storico preciso. Non è un’esplosione improvvisa, né una catastrofe conclusiva. È una condizione diffusa, persistente, che attraversa il presente senza mai dichiararsi apertamente. L’Apocalisse, qui, non arriva: accade mentre tutto continua a funzionare.

Il collasso non si manifesta come rottura visibile, ma come slittamento progressivo del senso. Le immagini continuano a circolare, i corpi a desiderare, i dispositivi a produrre visioni, ma qualcosa, lentamente, perde coerenza. La fine non interrompe il flusso: lo accompagna, lo abita, lo consuma dall’interno.

In questo contesto l’Apocalisse non è tanto ciò che vediamo, quanto il modo in cui vediamo. È una trasformazione percettiva che riguarda il rapporto tra immagine e realtà, tra esperienza e rappresentazione. La distanza critica si assottiglia, il trauma viene assorbito nella superficie visiva, la violenza si estetizza fino a diventare familiare.

Le opere di Giuseppe Alletto non illustrano questo processo: lo mettono in atto. Attraverso il collage, la sovrapposizione e la frattura dell’immagine, l’artista rende visibile una condizione di instabilità permanente. Il disastro non è posto di fronte allo spettatore come oggetto esterno, ma si insinua nello sguardo, nel desiderio, nella ripetizione delle forme.

In Apocalypsis la fine non produce catarsi né redenzione. Non c’è un prima e un dopo, ma un presente continuo in cui il collasso diventa abituale. È in questa normalizzazione della fine che si manifesta il vero nodo critico: l’Apocalisse come stato ordinario del contemporaneo, come sfondo costante dell’esperienza visiva.

Questo progetto non propone una via d’uscita. Non offre soluzioni né risposte. Espone una condizione, invitando lo spettatore a riconoscerla e ad abitarla consapevolmente. L’Apocalisse, qui, non segna la fine del mondo, ma il modo in cui il mondo continua mentre qualcosa, lentamente, si rompe.

L’Apocalisse non accade alla fine: accade mentre guardiamo.

 
 
 

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