Exostrati
- ATB ASSOCIAZIONE CULTURALE

- 9 mar
- Tempo di lettura: 5 min
EXOSTRATI
Nel dibattito comune, l’unione di più linguaggi – nell’arte come in svariati campi dell’esperienza umana – coincide spesso con un aumento, un’espansione, un di più. Exostrati, il progetto congiunto di Edoardo Vaira e Demis Pascal, nasce invece da un gesto che appare opposto: un moto di sottrazione, un’indagine sul di meno, inteso non come impoverimento ma come una radicale operazione di distillazione. Ridurre, in questa prospettiva, significa liberare l’opera dai suoi strati superflui, fino a far emergere ciò che resta quando tutto il resto è caduto: l’essenziale come condizione creativa e, prima ancora, esistenziale.
Ma questa dinamica è solo in apparenza lineare. Nel lavoro di Vaira e Pascal, infatti, il di meno non si ottiene attraverso la sottrazione immediata, bensì attraverso un paradossale di più. Le opere nascono prima come dipinti, come superfici fluide, instabili, ancora aperte al possibile; ed è solo dopo che vengono “ingabbiate” da un esoscheletro – una struttura di ferro, legno e tensioni materiche – che aderisce alle linee del dipinto e lo costringe entro una nuova forma.
Questo intervento è, a tutti gli effetti, un’aggiunta: un di più fisico, materico, quasi brutale. Eppure non amplia l’opera, non la espande: la restringe. È un incremento che produce limite, un innesto che genera disciplina, una stratificazione che genera chiarezza. In Exostrati, ciò che viene aggiunto funziona come sottrazione; ciò che si costruisce sopra l’immagine ne distilla il nucleo; ciò che appare eccesso si rivela invece necessario.
L’esoscheletro non arricchisce la pittura, la obbliga a diventare se stessa. Non apre nuovi piani di lettura, li chiude deliberatamente. Non dilata il campo visivo, lo circoscrive. Ed è precisamente in questo paradosso – un di più che produce un di meno, un eccesso che genera essenzialità – che si colloca il senso profondo del progetto: l’atto di costruire una gabbia non come gesto di privazione, ma come gesto di precisione. Una struttura che non impoverisce il dipinto, ma lo restituisce alla sua forma necessaria, facendo emergere ciò che l’immagine era destinata a diventare fin dall’inizio.
Benché l’idea di essenzialità sia uno dei filoni più riconoscibili della modernità – dal minimalismo americano alla spazialità ridotta di Fontana, fino alle superfici necessarie di Burri e Manzoni – Vaira e Pascal la riportano su un piano sorprendentemente personale.Per loro l’essenziale non è un dogma estetico, né una grammatica formale: è un modo di stare al mondo.
La loro postura, schiva e diretta, si traduce in una comunicazione asciutta, priva di orpelli. È in questo spazio di fiducia reciproca – costruito sul poco, ma un poco assoluto – che nasce la loro collaborazione artistica. Una collaborazione che assume inevitabilmente la forma di una pratica condivisa e, al tempo stesso, interiorizzata.
Dopo anni di discussioni sull’arte contemporanea, spesso attraversate dall’insofferenza verso una critica percepita come ridondante, queste opere sembrano compiere un gesto programmatico: chiudono il dibattito. Se l’arte contemporanea continua a risultare “incomprensibile”, non è un problema dell’arte.
Exostrati rivendica il diritto dell’opera a non essere immediatamente leggibile, a ripiegarsi in una sorta di corazza, a proteggersi in attesa di un tempo più maturo per essere davvero incontrata.
Da un punto di vista storico-artistico, il lavoro di Vaira e Pascal si colloca in un territorio di confine fra informale materico, neo-espressionismo e pratiche post-strutturaliste della superficie.
Le stratificazioni, le torsioni, le combustioni e le sedimentazioni rimandano implicitamente ai fermenti del secondo dopoguerra – Burri, Fautrier, Tàpies – ma la vicinanza è solo superficiale.Dove l’informale mostrava la ferita, Exostrati mostra la cicatrice, la struttura che si forma dopo il trauma, a protezione e consolidamento dell’immagine.
Vi è poi una risonanza con Joseph Beuys nella concezione dell’opera come organismo dotato di energia interna, con la linea analitica italiana per l’attenzione alla superficie, e persino con certa scultura concettuale che ha indagato il rapporto tra gabbia, limite e forma (da Eva Hesse alle strutture di gesso di Gianni Colombo).
Tuttavia, Exostrati non si colloca in nessuna genealogia in modo diretto: è un ibrido, un’estetica nata spontaneamente da una necessità interna ai due artisti e il valore innovativo del progetto risiede proprio nella tensione fra chiusura e apertura, fra protezione e esposizione.Le opere non cercano di comunicare: sono.
E in questo “essere” insistono, si ispessiscono, si stratificano.
La superficie non è un luogo di rappresentazione, né un campo di energia informale: è una membrana, un esostrato, un confine vivente tra mondo interno e mondo esterno. La pittura non si espone: si protegge. Il supporto non mostra: custodisce. La forma non parla: respira.
L’esoscheletro che avvolge i lavori è molto più di una struttura fisica: è un dispositivo simbolico denso, stratificato, polisemico poiché: se nel mondo naturale, l’esoscheletro è al tempo stesso protezione e condizione di crescita, è la struttura che permette la sopravvivenza, ma che deve essere abbandonata, spezzata, superata per crescere.
(in questo senso, le opere di Exostrati sembrano rappresentare un’immagine della maturazione artistica: la forma che si chiude per poter, forse un giorno, aprirsi); nella filosofia contemporanea – da Merleau-Ponty a Nancy – il limite dell’esoscheletro non è ostacolo, ma condizione di esistenza. Un corpo esiste perché è delimitato. Una forma esiste perché è circoscritta. L’esoscheletro diventa qui, dunque, simbolo della forma che si dà attraverso il proprio confine: ciò che delimita è ciò che permette. E qui, come nell’architettura contemporanea, la gabbia non è solo chiusura: è ciò che rende possibile l’edificio.Pensiamo alle armature metalliche nei getti di cemento, ai tralicci, alle strutture reticolari.Allo stesso modo, l’esoscheletro di Vaira e Pascal non è una barriera, ma una struttura che fa esistere il dipinto in una forma definitiva.
Dal “Museo chiuso” di Arman alle barriere concettuali di Cady Noland, fino ai reticoli di Mona Hatoum, l’idea di protezione dell’opera è un tema ricorrente. Exostrati porta questo principio in un territorio intimo: l’opera non si difende dal mondo, ma da ciò che potrebbe eccedere.
Non ha paura del fuori: vuole proteggere il proprio dentro.
La collaborazione fra i due artisti non è dunque un semplice lavoro a quattro mani, bensì una vera e propria identità terza. Vaira e Pascal rinunciano alla paternità individuale e, in questo rifiuto, trovano spazio per una postura nuova: distillare insieme, sottrarre insieme, proteggere insieme. Il loro metodo di lavoro – privo di ruoli rigidi, fatto di interventi successivi, cancellazioni, accumuli e svuotamenti – diventa esso stesso parte del linguaggio dell’opera.
Exostrati è quindi un progetto che si colloca fuori dalle retoriche dell’espansione e del linguaggio ipertrofico. Propone un ritorno al necessario, all’essenziale, a ciò che resta dopo la caduta degli strati, delle sovrastrutture, dei discorsi.
In un tempo che chiede continuamente trasparenza, accesso, spiegazione, Vaira e Pascal rivendicano il diritto dell’opera a custodire un mistero, a chiudersi per sopravvivere, a generare da sé le condizioni del proprio futuro.
Un’arte che non cerca consenso né decodifica, ma che esiste come organismo autonomo: denso, stratificato, irriducibile.


Commenti